I giornali e la tele annunciavano da giorni lo sciopero generale degli enti pubblici per via della riforma del sistema pensionistico. Poco male, mi ero detta, trascorrerò il mio giovedì 29 nella lettura dei miei libri e poi, chissà, approfittando del bel tempo potrei passeggiare fino all’Opera, e magari visitarla.
Assorta in questi pensieri trascorrevo la settimana, approfittando della pausa dagli esami per visitare angoli e scorci di Parigi ancora sconosciuti secondo un preciso disegno turistico. Un imprevisto, tuttavia, doveva deviare i miei progetti sul pomeriggio del giovedì 29.
Il giorno prima, infatti, mi ero recata nel quindicesimo arrondissement, a pochi minuti dalla tour Effeil, per sbrigare una commissione affidatami da un mio familiare prima di partire. Un inconveniente generato da prefissi telefonici mi aveva privato della possibilità di fissare un appuntamento, e così , alle cinque in punto, bussavo al numero 10 di rue Violet senza preavviso, sperando di trovare la persona che cercavo. Un giovane mi apriva sorridendo e mi diceva che no, il mio uomo non c’era, era momentaneamente fuori Parigi e lo avrei trovato il giorno dopo, e mi forniva il recapito telefonico esatto.
Il giorno dopo, dunque, avanzavo sul ponte dell’Alma in direzione tour Effeil, bardata di sciarpa per prevenire il freddo, più intenso nei giorni di sole, e progettavo una puntatina al museo del Quai Branly, proprio lì dietro, appena avessi portato a termine le mie incombenze familiari, che speravo e contavo di risolvere in una decina minuti, giusto il tempo di consegnare una lettera allo zio della moglie del fratello del ragazzo di mia sorella. Anche stavolta suono al campanello dello stesso portoncino bardato di metallo con una piccola insegna in legno con un’incisione incomprensibile, ma stavolta viene ad aprirmi un altro ragazzo, poco più vecchio di me, molto alto, magro, una felpa da casa e dei sandali ai piedi.
Bonsoir- gli dico, chiedendogli se Gennaro è in casa. Lui ricorda di avermi parlato a telefono, mi accoglie, mi introduce in un lungo corridoio e poi in un minuscolo cortile con delle piante, da cui si accede in una grossa stanza con dei tavoli al centro, delle sedie, un pianoforte, una minuscola scala a chiocciola.- Aspetta qui, te lo chiamo. – mi dice, mentre sale. Mi guardo attorno, frattanto. Nella grande sala dalle pareti azzurre, arredata con grande semplicità eppure accogliente e solare, ci sono degli uomini piuttosto malvestiti che hanno tutta l’aria di non essere francesi e di trovarsi lì per un motivo che non dipende affatto dalla loro volontà.
Mi trovo in una casa di accoglienza per i barboni parigini, gestita da una comunità di frati poveri, quelli di madre Teresa di Calcutta, per intenderci. La persona che cerco è una specie di frate, che di qui a pochi giorni partirà per una missione in Romania.
Intanto il ragazzo- si tratta di un novizio- mi invita a salire su per la scala. In cima mi attende Gennaro, figura alta e magra, occhi grandi e buoni infossati e celati da un paio di grosse lenti rotonde, pantaloni chiari e grossa felpa scura, una piccola croce al collo. Non lo si direbbe un religioso, ma piuttosto un professore, un filosofo.
Buongiorno- mi presento.- Vieni, ti preparo un caffè – fa’ lui, ed eccoci entrare in una cucina stretta, con tutte le pentole e la dispensa a vista. Passando nel corridoio, non posso non sbirciare in una stanzetta, dove vedo dei materassi a terra. – e’ la nostra stanza,- fa’ lui, affrettandosi a chiudere la porta – Sono desolato, il caffè italiano non ce l’ho!- è impacciato, maneggia le stoviglie imbarazzato.
Stringo le spalle- Figurati, va benissimo quello d’orzo!- dico io, mortificata dall’averlo messo in difficoltà, involontariamente. Diamine, penso, questo qui dorme a terra e si preoccupa del mio caffè!
Il caffè lo prendiamo scambiando poche parole imbarazzate per la circostanza. Le stoviglie semplici, il tavolo e le sedie prosaiche. Niente di superfluo. Cosa fai a Parigi, studi? Cosa? Ah, bello…e qui tira fuori da una sacca degli appunti di greco.- Non sono mai riuscito mai ad impararlo, ma mi sarebbe sempre piaciuto!- mi fa, con un sorriso.
I libri mi mettono a mio agio, prendo a spiegargli qualcosa, ad accennargli a qualche parola di greco antico, a qualche episodio della mia carriera di studi…e dopo qualche minuto Gennaro mi sta mostrando ogni angolo della casa. Mi spiega dove dormono i membri della comunità, dove i novizi, dove i barboni, come è organizzata la mensa, il piccolo guardaroba per chi ha bisogno dei vestiti, il piccolo terrazzo, lo spazio comune eccetera. Mi racconta della vita della comunità, dei problemi della gente che vive per strada, di come si costruisce il ripetto e la dignità dell’uomo dove quella dignità sembra essere stata compromessa irrimediabilmente. Mi spiega anche che, prima, la palazzina era di certe suore svizzere, e che la scritta all’ingresso è in una parlata tedesca locale, e dunque di difficile comprensione. Infine, mi conduce in un piccolo spazio al primo piano, dove c’è la cappella.
- Questa è l’ora della preghiera- mi sorride, dietro la barba folta e le occhiaie, e le rughe che rendono il suo viso più dolce. –Se vuoi, puoi restare-.
Dentro alla piccola, spoglia cappella, c’è già della gente. Due ragazzi più o meno della mia età, un indiano, un paio di uomini di cui non riconosco la razza e una donna. Tutti scalzi, appollaiati su dei ruvidi cuscini di tela.
- Noi ci togliamo le scarpe, perché calpestiamo un luogo sacro. Ma tu sentiti libera.
Mi tolgo le scarpe ed entro anche io. Dapprima, un po’ di freddo e la sensazione spiacevole della polvere sotto la pelle, del parquet di legno grezzo sotto il piede. Poi però bene, inizio ad abituarmi.
Non ci andrò, all’Opera, e nemmeno al Quai Branly. Non oggi, almeno. Stasera sono stata invitata a cena da Gennaro e dalla sua comunità, che mi sembra di conoscere da una vita.
Arriva il momento di andar via. Saluto con una stretta di mano i miei commensali, mentre Gennaro mi accompagna alla porta e mi mette tra le mani un libro. –Leggilo, ti piacerà- Lo abbraccio. -Grazie, di tutto- Lo saluto e mi allontano nella fredda Parigi delle luci scintillanti della tour Effeil. Dopodomani Gennaro parte per la Romania, e a Parigi non ci tornerà più.
Peccato averlo conosciuto solo ora.